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NOTE INTRODUTTIVE SUL TEMA "GIUSTIZIA E INFORMAZIONE" A CURA DEL PROF. ALESSANDRO PACE

Roma, 14 luglio 2015. Il Movimento Forense ha l'onore di pubblicare il testo del Prof. Alessandro Pace, noto costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale presso l'Università "La Sapienza" di Roma, intitolato “Note introduttive sul tema Giustizia e Informazione” redatto in occasione della tavola rotonda organizzata dal dott. Ciro Santoriello per la Sezione decentrata della Scuola della magistratura presso la Corte d’appello di Torino, tenutasi il 27 maggio 2015.

 

 

 

 

22.6.15

 

Alessandro Pace *

 

 

Note introduttive sul tema  «Giustizia e informazione»**

 

 

1. Due brevi premesse a proposito del rapporto della libertà di cronaca con la libertà di manifestazione del “proprio” pensiero.

Prima premessa. Nel nostro ordinamento costituzionale la libertà d’informazione non ha una tutela autonoma, come invece nella Costituzione spagnola[1]. Pertanto, sin dai primi interpreti di orientamento liberale si è sostenuto che la libertà di cronaca - e cioè la narrazione di fatti accaduti – potesse e dovesse essere ricompresa nella libertà di manifestazione del pensiero al fine di godere della copertura costituzionale[2].

 Di qui la conseguenza che la libertà d’informazione ha la stessa struttura e la stessa natura della libertà di manifestazione del pensiero (e cioè quella di un diritto di libertà); e quindi la libertà del giornalista, proprio in quanto libertà, e non funzione pubblica, non gode, né deve godere di garanzie  inferiori, ma nemmeno superiori, a quelle della libertà di manifestazione del pensiero[3]. Eventuali differenze di disciplina possono pertanto essere solo modali, ma non devono, mediante l’attribuzione di “poteri”, trasformare la libertà del giornalista in una “funzione” informativa suscettibile di legittimare limiti contenutistici.

Ne discende tra l’altro, da questa premessa, che la  consolidata giurisprudenza del c.d. “decalogo” (risalente a Cass., sez. I civ., 18 ottobre 1984, n. 5259, Granzotti e altri c. Europrogramme Service Italia e altri) che identifica i requisiti perché l’esercizio del diritto di cronaca possa dirsi legittimo (rectius, lecito)[4], deve del pari applicarsi anche al quisque de populo. E’ invece corretto che la disciplina processuale del segreto professionale si applichi soltanto ai giornalisti professionisti (art. 200 c.p.p.), per la semplice ragione che la copertura della “fonte” informativa interessa esclusivamente il professionista.

Seconda premessa. L’art. 21 Cost. garantisce la libertà di manifestazione del “proprio” pensiero e non la libertà di manifestazione del pensiero. Il che sta a significare che, se la manifestazione del pensiero (o la cronaca) non corrisponde alle interiori persuasioni, il pensiero, non essendo “proprio”, non è costituzionalmente tutelato e quindi il legislatore può legittimamente vietarlo e sanzionarlo, come accade con la menzogna, con la frode, con il raggiro, con le dichiarazioni false e così via[5].

Per contro l’obiettivamente erroneo costituisce manifestazione del proprio pensiero, la falsità non essendo percepita dall’agente come tale. Ovviamente, in caso di contestazione, l’imputato (o il convenuto nel giudizio civile) dovrà poter dimostrare di aver effettuato dei riscontri.

Il rilievo testé effettuato è di grande importanza pratica perché, tra l’altro, consente di differenziare la disciplina delle manifestazioni del “proprio” pensiero da quelle del pensiero del funzionario che non è “proprio”, con riferimento all’oggetto e al contenuto delle “pratiche” da lui seguite, ma dell’ente pubblico o privato per il quale egli opera. Il che implica rilevanti conseguenze proprio con riferimento ai titolari di cariche pubbliche in genere - ed ai magistrati in particolare - ai quali può legittimamente essere imposta, in linea di principio, la segretezza sul contenuto dei giudizi in corso.

 

2. Diffamazione a mezzo stampa con la consapevolezza della falsità del fatto.

 Se si tiene presente quanto testé ricordato a proposito della rilevanza che il pensiero sia proprio, è intuitiva l’illegittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 2, 3 e 21 Cost., dell’art. 1 della proposta di legge n. 925-B d’iniziativa del deputato Costa modificata dal Senato e nuovamente trasmessa alla Camera, modificativo dell’art. 13 comma 1 l. n. 47 del 1948, in forza del quale la diffamazione consistente «nell’attribuzione di un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità» verrebbe punita con la sola multa da 10.000 a 50.000.

 Le ragioni della incostituzionalità sono due. Anche a voler ammettere che la diffamazione con la consapevolezza della falsità del fatto  sia qualificabile come manifestazione del “proprio” pensiero, deve comunque sottolinearsi che, in tutti gli odierni ordinamenti di democrazia liberale, la libertà di espressione non costituisce un “assoluto”, dovendo, per così dire, fare i conti con valori pari ordinati se non addirittura superiori. Dopo l’atroce esperienza  del nazismo, è infatti la dignità dell’uomo (e quindi l’onore della persona) a porsi come un assoluto, sia nell’art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sia, ancor prima, nell’art. 3 comma 1 della nostra Costituzione, sia nell’art. 1 della Legge fondamentale tedesca ed altre ancora. In coerenza con tale previsione, la diffamazione a mezzo stampa con la consapevolezza della falsità del fatto è tuttora punita con la detenzione non solo in Italia, ma, tra gli altri paesi, anche in Germania, Regno Unito e Spagna.

Con riferimento alla CEDU - secondo la quale la vita privata delle persone costituisce un limite alla libertà di espressione - va precisato, contro tesi superficialmente argomentate, che la Corte EDU, nel bilanciamento tra libertà d’espressione e tutela penale di valori contrapposti, non nega aprioristicamente la legittimità delle pene detentive, ma pretende che, nella previsione della pena detentiva, debba essere realizzato, da parte del legislatore, un equo contemperamento tra la tutela della libertà d’espressione e la misura restrittiva ritenuta necessaria. Ad esempio, nel caso Belpietro c. Italia , 24 settembre 2013, ric., 43612/10, la Corte EDU, pur accogliendo il ricorso dell’allora direttore responsabile de Il Giornale, perché era stato condannato a quattro mesi di detenzione per omesso controllo (pena ritenuta eccessivo per tale reato), ha incidentalmente ritenuto che la condanna a quattro mesi di detenzione per il reato di diffamazione non violasse di per sé l’art. 10 della CEDU. (La stessa pena è stata ritenuta troppo severa anche per il reato di diffusione di comunicazioni riservate, previsto dall’art. 617-quater. V. la sentenza Ricci c. Italia, 8 ottobre 1913, ric. n. 32010/06).  

In secondo luogo l’eventuale eliminazione della pena detentiva per il reato di diffamazione aggravata con la consapevolezza della falsità del fatto, contraddirebbe il nostro sistema penale, e quindi sarebbe incostituzionale per irrazionalità ai sensi dell’art. 3 Cost. Sta di fatto che nel nostro ordinamento il reato di falso (relativamente sia ad una persona, ad un fatto o a un documento) è sempre punito con la pena della reclusione, come si evince dagli artt. 368 comma 1, 371 comma 1, 371 bis comma 1, 371 ter comma 1, 372, 373, 374, 374 bis, 476, 477, 478, 479, 480, 481, 482, 483, 484, 485, 486, 487, 489, 491 bis, 493, 494, 495, 495 bis, 496, 497 ecc. c.p.:), in tema di calunnia, false informazioni al p.m., false dichiarazioni al difensore, false perizie, false interpretazioni del perito, false attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria, falsità materiale, falsità ideologica, sostituzione di persona, false dichiarazioni sull’identità personale o di altri.

Non andrebbe del resto mai dimenticato - come si legge addirittura nella Bibbia - che ne uccide più la lingua   che la spada e che la previsione di una multa, oltretutto di valore non ingente e nemmeno accompagnata dalla radiazione (o da una congrua sospensione) dall’albo professionale come effetto penale della condanna, non costituirebbe né una congrua sanzione, né spiegherebbe un effettivo deterrente per ulteriori identici reati che possono avere effetti devastanti come quelli causati alla minorenne coinvolta nel c.d. caso Sallusti[6].

 

3. La riservatezza delle persone “pubbliche” e quella dei comuni cittadini.

 La giurisprudenza del c.d. “catalogo”, già in precedenza richiamata,  identifica i tre requisiti perché l’esercizio del diritto di cronaca possa dirsi legittimo (rectius, lecito)[7]: a) l’interesse pubblico dell’informazione; b) la verità (oggettiva o anche soltanto putativa, purché in questo secondo caso costituisca il frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) dei fatti esposti; c) la forma civile della esposizione dei fatti e della loro valutazione.

La notizia, per essere lecitamente diffusa ancorché incida sull’onore e sulla riservatezza individuale, deve perciò essere di “pubblico interesse”. La tutela della riservatezza individuale viene però realizzata non già in via diretta mediante la precisa individuazione dei limiti della libertà d'informa­zione, ma indirettamente conferendo al magistrato il potere di distinguere le notizie di «pubblico interesse» dalle altre.

 In applicazione di due importanti decisioni della I Sez. civile della Corte di cassazione - la citata sentenza n. 5259 del 1984, (concernente la tutela dell’onore) e la sentenza 27 maggio 1975, n. 2129, Esfandjari c. Rusconi (concernente specificamente il diritto alla riservatezza) - il Codice di deontologia della privacy nell’esercizio dell’attività giornalistica del 29 luglio 1988 recita, all’art. 6: «1. La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti. // 2. La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica. // 3. Commenti e opinioni del giornalista appartengono alla libertà di informazione nonché alla libertà di parola e di pensiero costituzionalmente garantita a tutti».

Al quesito sottopostomi, «se la vita privata del titolare di poteri pubblici sia diversa dalla protezione della sfera privata del semplice cittadino», risponderei, in linea di principio, che i fatti quotidiani di una persona “comune”, per definizione, non sono di pubblico interesse. Proprio perciò, mettere “in piazza” l’infedeltà coniugale dello sconosciuto Tizio, ancorché la storia sia “boccaccesca” (Cass., sez. V pen., 10 dicembre 1997, n. 1473; Cass., sez. V pen., 9 ottobre 2007, n. 42067) o mandare in onda, nella pagina iniziale di una trasmissione televisiva della Rai, l’immagine di Caio, altrettanto sconosciuto, con un dito in bocca mentre assiste ad una partita di calcio (altro caso effettivamente accaduto), non costituiscono fatti leciti. «La semplice curiosità del pubblico» non può infatti «giustificare la diffusione di notizie sulla vita privata altrui» (Cass., sez. V pen., 9 ottobre 2007, n. 42067).

Tuttavia, né Tizio né Caio potrebbero lamentarsi se la loro riservatezza venga meno accidentalmente, in conseguenza dell’importanza del fatto nel quale si trovano coinvolti, ad es. in conseguenza di un loro gesto di coraggio, di un incidente stradale di cui sono stati gli autori oppure di un’intercettazione telefonica tra terze persone (Cass., sez. III civ. 10 ottobre 2014, n. 21404), che il pubblico ministero non ritenga manifestamente irrilevante ai sensi dell’art. 268 comma 6 c.p.p.

 Diverso è infatti il caso delle persone “pubbliche”, quali sono, per definizione, i titolari di funzioni pubbliche, e quindi le autorità di governo, i parlamentari e i politici. Con riferimento ad essi la riservatezza, nella giurisprudenza della Corte EDU, è limitata se posta a fronte della libertà di stampa che, secondo quella Corte, svolge (rectius, dovrebbe svolgere), in una democrazia, il ruolo di “cane da guardia” (Corte EDU, von Hannover v. Germany, 24 giugno 2004, ric. n. 59320/00; Id., 4 settembre 2009, Standard Verlag v. Austria, ric. n. 21.277/05; Id., 14 gennaio 2014, Ruusunen v. Finland, ric. n. 73.579/10, relativamente alla biografia del Primo Ministro della Rep. finlandese).

 Per la verità, sia detto per inciso, la Corte EDU ricorre forse troppo spesso all’immagine del cane da guardia, che è calzante nel caso degli articoli di critica politica, meno per gli articoli di cronaca. La trasfigurazione della libertà di cronaca in libertà di critica - di qui l’immagine del cane da guardia - risponde infatti strumentalmente ad una ricorrente tecnica difensiva dei giornalisti al fine di far valutare, dalla  Corte EDU, le espressioni diffamatorie come se fossero critiche del  politico o del magistrato coinvolto nella cronaca. L’ingerenza da parte dello Stato nella libertà di espressione implica infatti uno scrutinio più severo  quando si tratti di “critiche” ai detentori di potere pubblico (Corte EDU, 22 aprile 2010, Faullayev v. Azeirbajan, ric. n. 40984/07).

 La divulgazione di notizie può essere di rilevante interesse pubblico o sociale non già di per sé stessa, ma in ragione della qualificazione pubblica dei protagonisti. Le vicende private «di persone impegnate nella vita politica o sociale possono infatti  risultare di interesse pubblico quando possano da esse desumersi elementi di valutazione sulla personalità o sulla moralità di chi debba godere della fiducia dei cittadini» (così Cass., sez. V pen., 10 dicembre 1997, n. 1473, che cita Cass., sez. V pen., 13 febbraio 1985, Criscuoli). Tuttavia, mentre è scontato che nel novero dei personaggi “pubblici” rientrino oltre ai politici e ai magistrati, imprenditori pubblici e privati, famosi giornalisti, autorevoli commentatori, eminenti professionisti, divi dello spettacolo e dello sport - che non è però necessario che debbano godere della fiducia popolare, per essere qualificati tali (v. invece la sent. cit.) - lo stesso non dovrebbe mai ritenersi per i loro congiunti (come la moglie di un noto calciatore: Cass., sez. V pen., 10 dicembre 1997, n. 1473).

Con riferimento a personaggi non pubblici, la riservatezza viene però meno se è lo stesso comportamento dell’interessato o dell’interessata a legittimare la curiosità, non potendo pretendere rispetto per la propria riservatezza colui o colei che si comporta non riservatamente. «Chi ha scelto la notorietà come dimensione esistenziale del proprio agire - è stato infatti giustamente sentenziato - si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlata alla sua dimensione pubblica» (Trib. Roma, 13 febbraio 1992).

Non ricorrendo tali estremi, «non esiste un diritto della collettività ad essere informata» (così la Corte EDU 24 giugno 2004, von Hannover v. Germany, ric. n. 59320/00) ancorché la ricorrente fosse stata in passato un noto personaggio del Jet-set. Nella stessa rigorosa linea si è del resto pronunciata a suo tempo la Corte di cassazione, sez. I civ., 27 maggio 1975, n. 2129, Esfandjari c. Rusconi., secondo la quale l’unitario diritto alla riservatezza, enucleato da una miriade di norme costituzionali, internazionali, civili e penali, tutelerebbe le «situazioni e vicende strettamente personali, ancorché verificatesi fuori del domicilio domestico, da ingerenze che, sia pure compiute con mezzi leciti e senza arrecare danno all’onore, al decoro o alla reputazione, non sono tuttavia giustificate da un interesse pubblico preminente».

Concludo sul punto con un raffronto, che può essere di un qualche interesse, con i giudizi civili per diffamazione celebrati negli Stati Uniti. Secondo un indirizzo giurisprudenziale della Corte Suprema risalente al caso Gertz v. Robert Welch Inc., 418 U.S. 323 (1974), in un processo civile di diffamazione, se il danneggiato è un pubblico ufficiale ovvero una persona che abbia assunto un ruolo «influente» nella società (c.d. public figure), non è il giornalista a dover dimostrare la verità del fatto, ma il pubblico ufficiale o il personaggio pubblico, il quale dovrà provare sia la falsità del fatto attribuitogli, sia il dolo o la colpa grave del convenuto.

 L'inversione dell'onere della prova non si estende però alla persona comune («private individual»). Come nel nostro ordinamento, il comune cittadino ha infatti il solo onere probatorio di dimostrare il fatto lesivo del suo onore allo scopo di ottenere la condanna del giornalista o del giornale  al risarcimento dei danni subiti, a titolo di colpa.

 

4. La verità dei fatti narrati come causa scriminante.

         Accanto al requisito dell’interesse pubblico per una data notizia, si pone, in giurisprudenza, anche il requisito della verità dei fatti.

Se la scriminante del reato di diffamazione consegue da ciò, che la notizia deve contribuire alla corretta formazione dell’opinione pubblica, è di tutta evidenza che essa debba essere «riportata in modo completo, in quanto l’intreccio del dovere del giornalista di informare e del diritto del cittadino di essere informato merita rilevanza e tutela costituzionale se ha come base e come finalità la verità e la sua diffusione» (Cass., sez. V pen., 26 giugno 2013, n. 45672). E tale requisito deve essere rispettato anche nelle varie modalità di presentazione della notizia (testo, titoli, sottotitoli) (Cass., sez. V pen., 12 dicembre 1991, n. 189102).   

 Come sottolineato dalla famosa sentenza del decalogo (n. 5259 del 1984 cit), «la verità non è più tale se è mezza verità (o comunque verità incompleta): quest’ultima, anzi, è più pericolosa dell’esposizione dei singoli falsi». Né la mancanza di accuratezza nella ricerca delle fonti e nella descrizione dei fatti può essere giustificata dalla «prevalente esigenza della velocità dell’informazione». Il sacrificio della reputazione non è infatti «accettabile se giustificato dall’esigenza di diffusione e di ascolto, dall’esigenza di battere la concorrenza, al fine di mantenere e ampliare l’area dei lettori e degli utenti: queste esigenze non possono essere poste nell’area di tutela di principi dell’art. 21 Cost. (ma eventualmente di quelli dell’art. 41 Cost.)» (Cass., sez. V pen., 22 novembre 2011, n. 43264).

 Il requisito della verità oggettiva può però essere soddisfatto con la verità putativa del fatto stesso «purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca» (Cass., sez. I civ., 7 febbraio 1996, n. 982; sez. III civ., 4 settembre 2012, n. 14822). Inoltre «ricorre la scriminante quando l’agente, pur nella consapevolezza della necessità della verità obiettiva, ritenga per errore involontario che gli accadimenti riferiti siano veri» (Cass., sez. un. pen., 26 marzo 1983, inGiur. it., 1984, II, 424). In tal caso, viene infatti a mancare l’elemento psicologico necessario per concretare l’esistenza del reato di diffamazione.

Fermo restando che satira, critica e cronaca costituiscono forme diverse di manifestazione del proprio pensiero parimenti tutelate dall’art. 21 Cost., quanto alla verità dei fatti esse vanno incontro ad una disciplina giurisprudenziale diversa. E’ stato ritenuto che il diritto di satira, «quale modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica, è sottratto al parametro della verità» (Cass., sez., III civ., 4 settembre 2012, n. 14822) e che il diritto di critica, «avendo una funzione prevalentemente valutativa non pone un problema di veridicità di proposizioni assertive e i limiti scriminanti del diritto garantito dall’art. 21 Cost. sono solo quelli costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza dell’esposizione» (Cass., sez. V pen., 24 novembre 1993, n. 196459).

Per contro, nella cronaca giudiziaria  «non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività», integrando «le dichiarazioni della fonte conoscitiva con altri dati di riscontro, realizzando la funzione investivatova e valutativa rimessa all’esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria» (Cass., sez. V pen., 27 ottobre 2010, n. 3674; e già prima Cass., sez. V pen., 2 giugno 1998, Scalfari).

 

5. Limiti alla diffusione delle notizie inerenti a vicende giudiziali.

         La segretezza che avvolge gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria ha la sua ovvia e indiscutibile ragion d’essere di impedire l’inquinamento della prova o la fuga dei compartecipi. La ratio della tutela della segretezza sta quindi nella garanzia del successo dell’attività investigativa.

La segretezza e la non pubblicabilità degli atti di indagine - anche parzialmente o per riassunto (art. 114 comma 1 c.p.p.) - permane fino a che l’imputato non possa averne la conoscenza e comunque non oltre la chiusura delle indagini preliminari (art. 329 comma 1 c.p.p.). Tuttavia, ancorché gli atti non siano più coperti da segreto, il pubblico ministero, in caso di necessità di prosecuzione delle indagini, può con decreto motivato disporre l’obbligo del segreto per singoli atti o il divieto di pubblicazione del contenuto di singoli atti o di notizie specifiche relative a determinate operazioni (art. 329 comma 3 c.p.p.). Qualora si proceda al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del fascicolo del p.m. se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello (art. 114 comma 3 c.p.p.).

La tutela dell’efficienza dell’attività investigativa è costituzionalmente garantita dall’art. 112 Cost. per il tramite della previsione dell’obbligo del p.m. di esercitare l’azione penale. A fronte di tale valore (l’efficienza dell’attività investigativa) sono recessivi sia il c.d. diritto all’informazione – che in tanto può essere predicato, in quanto limitato alle fonti liberamente accessibili come chiaramente enunciato dall’art. 5 della Legge fondamentale tedesca – sia l’esercizio del diritto di cronaca. Di qui l’indiscutibile legittimità costituzionale dell’art.  684 c.p., che sanziona penalmente la pubblicazione arbitraria di atti del  procedimento penale.

Sono state segnalate talune perplessità con riferimento alla disciplina del combinato disposto degli artt. 114  e 329 c.p.p.

Si è osservato che, ai sensi di tali disposizioni, mentre per un verso il giudice deve formare «il proprio convincimento esclusivamente su atti ritualmente introdotti nel processo», per altro verso tali norme non considerano «che l’estrapolazione di frasi testuali da verbali e documenti depositati determina la conoscibilità attraverso i mezzi di informazione, di quegli stessi atti che dovrebbero essere acquisiti al giudizio solo nell’ambito del dibattimento»[8]. Ed appunto a proposito della potenziale contraddittorietà di tali due angoli di visuale, è stata di recente richiesta la rimessione alle Sezioni unite penali della Corte di cassazione sulla questione se la riproduzione parziale di atti non divulgabili, ai sensi dell’art. 114 comma 2 c.p.p. integri il reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale «ove alla limitatezza della riproduzione si accompagni la marginalità del loro contenuto, quale si potrebbe avere con riferimento a fatti storici «non particolarmente significativi (…) se non addirittura pacifici per il pubblico dei lettori» ovvero, in ulteriore e diversa ipotesi, se integri il reato di pubblicazione arbitraria «qualora  manchi nella riproduzione giornalistica ogni indicazione, espressa o anche implicita ma inequivoca, che la riproduzione provenga da un atto non divulgabile ai sensi dell’art. 114 c.p.p.»[9].

Quesiti che confermano entrambi l’inadeguatezza, già da tempo rilevata, della disciplina vigente secondo la quale, una volta caduto il segreto relativamente ad un dato atto dell’indagine, continua ad essere vietata la pubblicazione dell’atto stesso (art. 114 comma 2 c.p.p.) ancorché la difesa ne possa prenderne cognizione (art. 329 c.p.p.) e sia quindi lecito divulgarne il contenuto (art. 114 comma 7 c.p.p.).

Esito potenzialmente contraddittorio, che discende dalla pretesa, chiaramente percepibile dalla Relazione al Progetto preliminare[10], secondo la quale sarebbe possibile «preservare la “verginità cognitiva” del giudice del dibattimento, evidentemente ritenuta inattaccabile dal riassunto giornalistico di un atto e vulnerabile, invece, dalla sua riproduzione testale»[11]. Contraddittorietà di fondo che sarebbe possibile superare  mantenendo bensì il divieto sulla segretezza dell’atto a tutela delle indagini ma consentendo la divulgazione di esso una volta cadutane la segretezza (previa lo stralcio di parte dell’atto a tutela della riservatezza dei terzi accidentalmente coinvolti)[12].

 

6. Problemi attinenti alla diffusione del contenuto delle intercettazioni.

         Il tema della illecita diffusione di notizie relative alla vita privata è stato in parte già affrontato con riferimento alla problematica della riservatezza delle persone “pubbliche” e dei comuni cittadini. A conclusione di queste note introduttive tratterò pertanto solo il profilo relativo alla diffusione del contenuto delle intercettazioni.

         Un caso di discutibile diffusione del contenuto di un’intercettazione (ritenuta però lecita da Cass., sez III pen., 10 ottobre 214, n. 21404, ancorché fosse stato violato il principio dell’essenzialità della notizia) è quello di Tizio, non coinvolto direttamente nei fatti in considerazione dei quali l’intercettazione era stata disposta. Il malcapitato, a ragione, lamentava  che i fatti pubblicizzati fossero solo sullo sfondo della vicenda penale e non fossero di interesse pubblico. In effetti lo erano diventati solo grazie alla notorietà del malcapitato e agli aspetti voyeuristici della vicenda.

Incidentalmente merita di essere ricordato che il segreto professionale del giornalista (art. 200 c.p.p.) non fa venir meno il dovere del giornalista di acquisire lecitamente i documenti relativi alle intercettazioni (Cass., sez. I civ., 19 luglio 2013, n. 17602), come era stato sostenuto in altra vicenda relativa alla illecita diffusione di notizie coperte da riservatezza.

         Significativa, sul punto, sia per la notorietà del personaggio coinvolto sia per la condivisibile severità a proposito della diffusione illecita del contenuto di intercettazioni è infine la sentenza della Corte EDU, 17 ottobre  2003, Craxi c. Italia, ric. n. 25337/94. L’oggetto della quale è l’avvenuta diffusione di intercettazioni concernenti «le relazioni del ricorrente e di sua moglie con un avvocato, un ex collega, un sostenitore politico e la moglie del sig. Berlusconi». Contenuto - afferma la Corte al n. 66 – che «aveva scarsa o nessuna connessione con le imputazioni mosse al ricorrente». Dopo aver ribadito, ancora una volta, che «i personaggi pubblici hanno diritto di godere delle garanzie stabilite dall’art. 8 della Convenzione al pari di ogni altro soggetto», e che «l’interesse pubblico a ricevere le informazioni, copre esclusivamente i fatti che sono connessi con le accuse mosse all’imputato» (n. 65)[13], la Corte ricorda che «che se l’oggetto fondamentale dell’art. 8 è proteggere l’individuo dalle interferenze arbitrarie delle pubbliche autorità, esso non si limita ad obbligare lo Stato ad astenersi da tali interferenze: oltre a questo impegno negativo, ci possono essere obblighi positivi inerenti all’effettivo rispetto della vita privata».

Di qui la conclusione che lo Stato italiano aveva, in tale vicenda,  violato il diritto alla vita privata in quanto le autorità non avevano assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate; non avevano condotto un’indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private erano state rese pubbliche allo scopo di sanzionare i responsabili; infine non avevano rispettato le procedure prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate.

Una decisione della Corte EDU che, come tante altre, non ha però avuto alcun seguito nel nostro ordinamento.

 

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* Professore emerito di diritto costituzionale nell’Università “La Sapienza” di Roma.

 

** Note introduttive alla tavola rotonda organizzata dal dott. Ciro Santoriello per la Sezione decentrata della Scuola della magistratura presso la Corte d’appello di Torino, tenuta il 27 maggio 2015 con la partecipazione del cons. F.E. Saluzzo, dell’avv. L. Chiappero, della dott. L. Milella, del sig. L. Nuzzi, del dott. C. Parodi e del  dott. G.F. Reynaud.

 

[1] … che però ha finito per omologarsi alla libertà di espressione, com’è naturale nelle democrazie di stampo liberale.

 

[2]  Si v. di recente il mio Informazione: valori e situazioni soggettive  in Dir. soc., 2014, 736 ss.

 

[3] La tesi secondo la quale la libertà di manifestazione del pensiero avrebbe natura individualistica, mentre la libertà d’informazione esercitata professionalmente avrebbe natura funzionale è stata sostenuta da C. Chiola, L’informazione nella Costituzione, Padova, 1973.

 

[4] E’ ricorrente in giurisprudenza la qualificazione dall’angolo visuale del diritto penale, del comportamento del soggetto privato  come legittimo o illegittimo  ; laddove, muovendosi, il privato in una logica di libertà, sarebbe invece corretto applicare la coppia “lecito/illecito” posto che la qualificazione di “legittimo/illegittimo” è corretta solo con riferimento all’esercizio (discrezionale) di una funzione.. 

 

[5] C. Esposito, La libertà di manifestazione del pensiero nell’ordinamento italiano, Milano, 1958, 36 s.

[6] Amplius, v. A. Pace, Riflessioni sulla c.d. “sentenza Sallusti”, in Astrid, 2013 e in Critica del diritto, 2013, 221 ss.

 

[7] V. supra la nota  4.

[8] Cosi  App. Milano 20 agosto 2010, n. 2330, citata e annullata da Cass., sez. III civ., 20 gennaio 2015, n. 838.

 

[9] Ordinanza interlocutoria della sez. III civ. della S.C., 30 marzo 2015, n. 6428, Mediaset c. Gruppo Editoriale L’Espresso di rimessione degli atti al Primo Presidente della Corte di cassazione per l’eventuale assegnazione, alle Sezioni unite civili, del  ricorso della. Analoga è l’ordinanza interlocutoria della sez. III civ., 17 aprile 2015, n. 7928, tra le stesse parti.

 

[10] Relazione al Progetto preliminare del c.p.p. del 1988, sub art. 114: «Si ritiene, però, che non si possa pretendere un sostanziale silenzio stampa sino a quando non venga celebrato il dibattimento. Una regola che ciò imponesse produrrebbe inevitabilmente una situazione analoga a quella attuale, caratterizzata dalla generale disapplicazione delle regole scritte. // Al fine di evitare il cennato inconveniente si è limitato il divieto di pubblicazione degli atti non più coperti dal segreto all’atto, e non anche al suo contenuto. Ed invero il giudice del dibattimento, se può essere influenzato dalla pubblicazione degli atti veri e propri, è in grado di non fondare il proprio convincimento su notizie di stampa più o meno generiche e prive di riscontri documentali riguardanti il contenuto di atti. // «Sulla base delle scelte di fondo ora illustrate, il comma 2 pone il limite finale del divieto di pubblicazione (nel senso ridotto che si è detto) degli atti non più coperti dal segreto. Il divieto sussiste sino a quando non sono terminate le indagini preliminari ovvero, quando si tiene l’udienza preliminare, sino al termine di tale udienza. Qualora poi alle indagini ovvero all’udienza faccia seguito la celebrazione del dibattimento, il divieto permane fino a quando il singolo atto non sia utilizzato per le contestazioni, venendo a cessare in ogni caso con la pronuncia della sentenza di appello. // In altri termini, gli atti delle indagini e dell’udienza preliminari restano soggetti al divieto di pubblicazione fino a che non siano emessi i provvedimenti che escludono la instaurazione del processo (decreto di archiviazione) o lo concludono anticipatamente (sentenza di non luogo a procedere, sentenza che applica una pena su richiesta, sentenza di merito nell’udienza preliminare) o fino a che non sia divenuto esecutivo il decreto di condanna, ovvero, in caso di emissione di provvedimenti che determinano il passaggio al dibattimento (giudizio direttissimo, giudizio immediato o rinvio a giudizio), fino a che gli atti medesimi non siano utilizzati. // In tal modo il divieto di pubblicazione è circoscritto al massimo possibile e viene fatto cadere man mano che, in relazione allo svolgersi del processo, non ha più ragion d’essere»

 

[11] Cosi G. Giostra, Tutelare il diritto di cronaca, vietare il gossip giudiziario in Dir. giust. 2006 e già prima Id,, Processo penale e informazione, Milano, 1989, 331 ss.

 

[12] Cosi ancora G. Giostra, Tutelare il diritto di cronaca, cit.

[13] La Corte, a questo punto, aggiunge: « Questo dev’essere tenuto presente dai giornalisti quando fanno la cronaca di processi penali pendenti, e la stampa deve astenersi dal pubblicare informazioni che sono suscettibili di pregiudicare, intenzionalmente o meno, il diritto al rispetto della vita privata e della corrispondenza degli imputati» (v. mutatis mutandis, Worm c. Austria, sentenza 29 agosto 1997, Reports 1997-V, pp. 1551-1552, § 50).

 


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